Trekking in Engadina, sulle tracce di Segantini

Magnifici panorami su alcune delle cime più belle delle Alpi e luminosi pascoli d’alta quota, villaggi fuori dal tempo immersi nei prati e la dolcezza della lingua romancia: tutto questo conferisce all’Engadina, l’alta valle dell’Inn, un fascino antico al quale nemmeno un famoso pittore è riuscito a sfuggire.

Engadina con gli occhi del pittore Segantini

Un vecchio libro celato in uno scaffale

Qualche volta è bene concedersi un piccolo regalo. Ognuno ha le sue preferenze, nel mio caso ogni tanto decido di mettermi in strada e sfidare il traffico cittadino per arrivare a una minuscola libreria del centro storico, specializzata in letteratura di viaggio, con lo scopo preciso di frugare tra gli scaffali, imponendomi in quella mezz’ora di non guardare né l’orologio né tantomeno il cellulare.

È stato durante una delle mie visite, in un tardo pomeriggio d’inverno quando la piccola libreria era deserta,  che mi sono imbattuta in un libro antico. Beh, forse non proprio antico, ma vecchiotto di sicuro: era il “Segantini, romanzo della montagna” di Raffaele Calzini. Sapevo che Segantini aveva vissuto in Engadina, ma l’autore non l’avevo mai sentito nominare, e probabilmente non l’avrei nemmeno notato se non fosse stato l’aria vetusta del volume –  anno di stampa 1937 –  e per la dedica meravigliosa che conteneva:

A te, che sei squisitamente sensibile alla bellezza dell’arte e della montagna, questo libro che le fonde e le esalta“.

Data: 12 agosto 1937. Neanche a dirlo, il libro è venuto con me alla cassa.

Il pittore simbolista stregato dalle montagne

Il caso voleva che proprio quell’anno avessi accompagnato un gruppo in un trekking estivo in Engadina, e la mente era ancora ingombra di panorami stupendi. Avevo anche visitato il bellissimo museo dedicato a Giovanni Segantini, il famoso pittore simbolista che proprio in Engadina – a Maloja – aveva trovato il luogo ideale dove stabilirsi e una fonte inesauribile di ispirazione.

Avevo ancora ben chiaro il ricordo di Maloja, della frazione di Casaccia per la precisione, e di una panaché fresca bevuta in compagnia nel sole del tardo pomeriggio, dopo un’escursione lunga e stupenda. Eravamo partiti di buonora dall’ostello di St. Moritz per raggiungere in autobus il punto di partenza, poco dopo il lago di Sils. Risalendo i fianchi del Piz Lunghin ci eravamo velocemente portati in quota, raggiungendo il lago omonimo, uno zaffiro incastonato nel granito. Da qui, la vista sulla vallata e su un ventaglio formidabile di cime, dal Bernina, al Badile al Cengalo, è magnifica.

Avevamo poi raggiunto il passo Lunghin, chiamato “il passo dei tre mari” perché fa da spartiacque tra i bacini idrografici del Po, del Reno e del Danubio, e dopo aver attraversato pascoli e pietraie nella luce abbagliate del mezzogiorno siamo finalmente giunti al Septimer Pass.

Il Septimer Pass è un luogo magico. In epoca romana era la principale via di collegamento tra Chiavenna e Coira, su una mulattiera pavimentata che sale con mille volute dalla Val Marozzo. Nell’Ottocento la maggior parte dei passi venne resa carrozzabile, ma non il Septimer. E quindi sul passo, che un tempo vedeva un traffico piuttosto sostenuto (per l’epoca!) di merci e persone, a un certo punto è sceso il silenzio. Valicando il Septimer Pass non si può fare a meno di pensare alle migliaia di persone che lo hanno attraversato nei secoli. Qualcosa delle loro storie dev’essere per forza rimasta tra le pietre di quel valico abbandonato, non si spiega altrimenti il fascino del luogo…

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Mezzogiorno sulle Alpi

Ma d’altra parte, l’Engadina è un luogo capace di trasportarti in un’altra dimensione, in un’altra epoca. D’altra parte, lo dice anche Calzini, nel suo bestseller del ’37:

Quando, al principio dell’autunno di quell’anno 1894, la famiglia Segantini si trasferì al Maloia nello scialé dell’ingegner Kuomi, l’Engadina era ancora assai rustica; vi si parlava il dialetto come a Savognino, un romancio un po’ corrotto; era quasi isolata dal mondo, regno di ghiacci, di foreste, di laghi, di leggende, di astri

Già, il romancio. Chi arriva in Engadina per la prima volta non può fare a meno di notare questa lingua insolita e dolce. Secondo alcune ipotesi, il romancio sarebbe il risultato della fusione del latino (portato nel 15 a.C. dai romani durante la campagna delle Alpi) con la lingua retica preesitente. L’eredità del retico, della quale non abbiamo nessuna testimonianza, potrebbe sopravvivere in alcuni termini del romancio, in particolare quelli riguardanti la flora e la fauna. Per certo, il romancio è parente stretto del ladino dolomitico e del friulano, e prima dell’arrivo di Carlomagno queste lingue reto-romanze venivano parlate in tutto l’arco alpino centro-orientale.

Anche se oggi non tutti in Engadina parlano ancora il romancio, i nomi dei luoghi sono tutti romanci. Per esempio la Val Fex, una delle vallate più belle di tutte le Alpi, deve il suo nome dal termine “feda”, che significa pecora. È facile intuire il motivo: la Val Fex è un susseguirsi di pascoli ampi e soleggiati ideale per le greggi… e per i pittori in cerca di ispirazione. Infatti, proprio in questa valle il nostro Segantini ha dipinto alcuni dei suoi quadri più famosi, tra cui il magnifico  “Mezzogiorno sulle Alpi”.

Ammirando il famoso “Trittico delle Alpi”, nel museo che gli è stato dedicato, non è difficile immaginare perché il nostro Segantini, approdato forse un po’ per caso in Engadina, abbia deciso di non abbandonarla più. E vale davvero la pena di raggiungerla, magari con il treno del Bernina, per immergersi nella sua atmosfera unica, che sa di storia e natura.

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