Francia atlantica in bici: Cognac e La Rochelle

Tra Cognac e La Rochelle, luoghi storici di Francia, si snodano ciclopercorsi in mezzo a borghi, castelli, abbazie e aree lagunari di struggente bellezza. Sei giorni in bici per scoprire colori e sapori unici.

In bici tra Cognac e la Rochelle

Non so niente di Cognac. A parte il fatto che viene sorseggiato in panciuti calici da personaggi importanti in eleganti salotti di radica, spesso profumati di sigaro, e che nei film si accompagna sempre a un’atmosfera cospiratrice da spionaggio internazionale o alle scelte cruciali di un grande momento storico.

E, a dire il vero, non so molto neppure di ostriche, se non che sono un cibo raffinato per cene eleganti – con le tovaglie lunghe e la candela sul tavolo – e che si spacciano per un piatto dichiaratamente afrodisiaco e peccaminoso, da abbinare splendidamente allo Champagne e a una sera romantica, meglio con l’amante segreto sfacciatamente ricco che con il marito.

Conosco però perfettamente la grande avventura per i mari di tutto il mondo di Bernard Moitessier. Ho letto tutti i suoi libri e gli articoli che lo hanno reso il navigatore solitario più conosciuto del pianeta e ho sognato di seguire il suo esempio: staccare gli ormeggi e vivere per sempre sulle ali del vento. Quindi, anche se con un mezzo decisamente diverso, accetto entusiasta la proposta di un viaggio in bici nella Charente francese, con partenza da Cognac e arrivo a La Rochelle, folgorata dall’idea di vedere dal vero il suo Joshua, il ketch con cui ha effettuato la Golden Globe Race, la prima circumnavigazione del mondo senza scalo, toccando i tre capi, lanciata dal Sunday Times nel 1968. La barca è ospitata al Museo Marittimo di La Rochelle e ci si può persino veleggiare.

Il cognac, nobile di origini umili

E così, vergine di bevande da intrighi e antipasti di lusso, mentre pedalo tra vigneti e castelli, abbazie e lagune, assorbo come una spugna un mare di nuove informazioni che mi aprono universi sconosciuti, dalle molteplici sfaccettature.

Alle degustazioni nelle storiche distillerie di Cognac, che videro la nascita di Francesco I di Francia o che appassionarono addirittura Napoleone, scopro che il prezioso liquore, per quanto pregiato, ha origini non altrettanto nobili. Secondo la tradizione, il doppio distillato di uva bianca da cui nasce il Cognac, deriva da uno stratagemma dei furbi mercanti olandesi, grandi importatori del buon vino della regione atlantica francese che però, a causa della gradazione delicata, mal  sopportava il lungo viaggio in mare verso nord. Per questo, si iniziò a ribollire il mosto negli alambicchi, ottenendo una miscela da 20° e poi da 70°, che veniva fatta riposare – e insaporire – in grandi botti di rovere.

Ancora oggi, il mastro cantiniere mescola in un blend esclusivo più varietà e annate… Et voilà – direbbero i francesi – ecco il Cognac. Dal 1951, questa particolare acquavite possiede una denominazione d’origine protetta (tutti gli altri distillati possono avvalersi solo della nomenclatura di brandy), che viene distinta in base alle cru di produzione (le più pregiate e rinomate sono proprio quelle intorno alla città: Petit e Grand Champagne) e agli anni di invecchiamento in botte, che possono arrivare sino a oltre 50!

Ostriche per tutti!

Ma passiamo alle ostriche: quelle delle isole dei pirati fanno le perle e quelle nostrane sono una costosa prelibatezza difficile da aprire. Questo è più o meno quanto sapevo fino alla mia avventura a pedali.

Nella tappa che attraversa il marais di Marennes-Oléron, la regione ostricola più famosa di Francia, scopro prima di tutto che non sono affatto un cibo snob. Intere famigliole dalle provenienze più disparate, con tanto di pargoli al seguito dallo sguardo affamato, circondano i semplici vassoi in metallo coperti di fette di limone e gusci contorti, usati per le degustazioni nelle spartane bancarelle del “fresco”, neanche fossero cartocci di popcorn al cinema. I prezzi sono decisamente più abbordabili di quelli a cui siamo abituati in Italia e l’incredibile varietà permette di scegliere tra offerte ancora più popolari.

Sì, perché non ci sono solo le ostriche di prima, seconda, terza, e persino quarta scelta, o quelle con il “latte” (uova e larve del periodo estivo, considerata da alcuni una prelibatezza, da altri un motivo inequivocabile di scarto), ma anche le piatte (dall’aroma più morbido) o le concave (dal sapore più salmastro e deciso). Poi ancora le fines, le speciali (affinate per almeno due mesi in acque selezionate) e le pousse (tenute sino a 8 mesi in apposite condizioni).

A La Cayenne di Marennes scopro che solo qui, in tutto il mondo, si producono le ostriche fines de claires, cioè bivalvi che terminano la loro crescita in appositi bacini naturali di argilla, simili a saline, che l’acqua salata raggiunge solo con il picco mensile dell’alta marea. Queste ostriche tanto speciali diventano eccezionali da ottobre ad aprile, quando nelle loro vasche si riproduce la navicule bleue, un’alga unicellulare, una diatomea per la precisione, che regala al mollusco un raffinato colore verde e un inconfondibile aroma.

Tranquillo pedalare

La Roche Courbon

Ancora lontana dal mio mito velico, scopro con il ritmo lento e l’occhio  attento dei pedali che la Francia della Charente va ben oltre gli stereotipi a cui siamo abituati.

È vero, ci sono i castelli con i giardini all’italiana, come il bellissimo La Roche Courbon, o le abbazie in pietra intatte (Fontdouce) o in rovina (Trizay), ma anche curiosi borghi militari – dalle fortificazioni a stella, ideati niente meno che dal grande Vauban – chilometri di laguna popolata di animali rari, come l’ibis sacro, o simpatici e spavaldi, come le nutrie.

O ancora lunghe coste rocciose, sormontate da palafitte per la pesca, dalle reminiscenze d’annunziane, e isole di sabbia e vento, che sembrano fatte per ammirare il tramonto sull’orizzonte infinito dell’oceano. Un regalo ancora una volta del tranquillo procedere della bicicletta, che esce dai percorsi stabiliti e forzati delle quattro ruote, per una dimensione più umana e intima.

L’ultima sera, dopo aver finalmente esplorato ogni angolo del mio agognato veliero e aver trangugiato l’ennesimo spuntino di ostriche fresche alla bancarella sull’angolo (senza tovaglia immacolata né amante segreto in vista) impolverata, affaticata e con ancora i pantaloncini da bici addosso, giro tra le mani il mio bicchiere ormai rituale di Cognac: devo decisamente ricredermi sulle atmosfere cospiratrici.

Se ci sarà svolta storica, sarà nella mia vita. Forse è decisamente l’ora di tagliare gli ormeggi.

 

 

 

 

Questo articolo è tratto dalla rivista “Itinerari e Luoghi”.

 

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