Kinnaur e Spiti, viaggio nell’Himalaya che non puoi perdere

L’Himalaya è un luogo unico, paesaggisticamente magnifico e pervaso da tradizioni antichissime. La forza delle immagini e il poco tempo a disposizione di chi sceglie di viaggiare da queste parti, spesso limitano la capacità di comprendere il valore simbolico della più grande catena montuosa del Pianeta. In realtà, per la maggioranza degli abitanti delle montagne asiatiche, la concezione dell’ambiente naturale va al di là delle apparenze. Le foreste, le montagne, l’incrocio dei sentieri o ancora i pascoli in quota custodiscono una realtà segreta, l’aranya, ovvero la “selva” in cui vivono spiriti, fate, demoni e aspiranti dèi.

Iniziamo a conoscere le regioni di Kinnaur e Spiti in India

L’importanza dei simboli

Per cogliere la valenza simbolica dell’Himalaya basta dare uno sguardo ai testi antichi. Da migliaia d’anni, per le tradizioni panindiane (hinduismo, buddhismo e jainismo) l’universo è raffigurato come un enorme fiore di loto a quattro petali al cui centro c’è la Catena himalayana, vero cuore pulsante dai cui ghiacciai hanno origine i più grandi fiumi asiatici.

Qui si trova il mondo umano, noto come āryavarta e si ritiene sia abitato dagli avi. È questo il Subcontinente indiano, considerato la propaggine estrema di un più vasto continente detto Jambudvīpa, “albero di melarosa” collocato a sud del monte Meru e identificato nel Kāilash tibetano. Uno dei tratti salienti del sapere himalayano è costituito dagli oracoli e dagli sciamani, ovvero da quei professionisti del rito in grado di entrare in trance e di porsi come anello di giunzione tra mondo umano e sovrannaturale.

Dove tutto ha avuto inizio

Assistere per la prima volta a una seduta oracolare è un’esperienza affascinante. Per me lo è stato, in particolare a venticinque anni, quando, dalla Pianura Padana mi sono trovato per la prima volta proiettato nelle zone tribali del Kinnaur e dello Spiti, sul confine indo-cinese. Presto i giorni sono parsi settimane, le settimane dei mesi.

Vivere da soli da queste parti basta e avanza a mettere sotto sopra le proprie convinzioni, o se non altro, impone di riconsiderare l’unicità della cultura da cui si proviene. «Là fuori c’è dell’altro e merita di essere conosciuto» è stato uno dei più importanti insegnamenti impartiti dal Kinnaur, in particolare all’epoca del primo campo. Concetto talmente efficace da aver condizionato le mie scelte future, se non altro professionali.

Da giovane studente avevo l’impressione che il mondo da cui provenivo stesse perdendo l’occasione di ammettere l’esistenza di prospettive differenti. Né migliori né peggiori, ma lontane dalle nostre, altre, per questo ancora più affascinanti e in grado di arricchire la vita stessa, l’approccio al mondo.

L’impressione di allora, si è rafforzata negli anni, condivisa in famiglia e consolidata con anni di studio e di ricerche, fino a farne una professione, per quanto imprevedibile e da costruire giorno dopo giorno. Oggi, come giornalista torno e ritorno in quelle terre lontane, luoghi di confine dove si possono incontrare quelle che mi sono abituato a definire “civiltà ai margini della società moderna”.

L’occasione di guardare oltre

Oggi, viaggiare in Himalaya è diventato più semplice. Nuove strade, aeroporti e strutture ricettive funzionali rendono meno ruvido l’approccio ai villaggi rurali, o agevolano l’attesa prima di un trekking in quota. Accorciare le distanze fisiche, tuttavia, non significa per forza favorire la comprensione dell’ambiente in cui si andrà a viaggiare. Certo, la bellezza maestosa della principale catena montuosa del pianeta basta e avanza a giustificare un viaggio. Questo spiega il motivo per cui molti dei reportage svolti in Himalaya sono centrati sulla bellezza del paesaggio, o magari sui volti segnati dal sole di qualche anziano in abiti tradizionali, così come sulle immagini di yak ritratti nei pascoli d’alta quota. Scelte del tutto condivisibili: non sono forse in Himalaya – e nelle Alpi – le più belle montagne al mondo?

Io per primo sono giunto in Kinnaur con un sacco di grandi cime negli occhi, con la voglia di esplorare valli incontaminate e vecchi villaggi. L’Himalaya è anche molto altro. Un po’ alla volta, si intuisce che il vero tesoro di questi luoghi è invisibile, va scovato nelle parole e nell’esperienza di chi, qui, vive da sempre.

 

Il motivo della mia presenza

Personalmente mi è stata data l’opportunità di guardare oltre. Nel corso di tre diversi campi, ho trascorso in tutto sei mesi tra il Kinnaur e lo Spiti, a coronamento di un lungo lavoro di ricerca – destinato a proseguire nel tempo – in Himalaya. Prima come studente universitario, poi come giornalista, sono andato e tornato da queste terre di confine, riuscendo ad immergermi in una cultura unica.

Ecco che oggi, grazie alla disponibilità di Zeppelin, è possibile viaggiare con un gruppo, in modo consapevole, in Kinnaur e Spiti. Vale a dire fruire un territorio remoto, interessato marginalmente dal turismo di massa, quindi – probabilmente – più ostico per un viaggiatore straniero, ma al contempo più autentico.

Sul significato di questa “autenticità” spetterà a me fungere da tramite, trasmettendo i contenuti del mondo in cui ci troveremo a transitare, dalle distese di mele alle sedute di trance, dai pascoli in quota ai monasteri buddhisti. Sono certo, sarà un’esperienza unica e intensa, chiamiamola pure avventura.

Di fatto, Kinnaur e Spiti ci aspettano, è ora di partire!

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