L’anima della Cambogia sono i bambini.

Con questo racconto di viaggio Eliana Bianchi si è aggiudicata il secondo posto nel nostro concorso Racconti di Viaggio. Tutti gli autori che hanno partecipato hanno viaggiato con Zeppelin nel 2017. Eliana ci porta in Cambogia: buona lettura!

Parti per la Cambogia per un’immagine, anche una sola, capitata davanti per caso dalle pagine di un giornale, di un tempio spolverato dal grigioverde dei secoli, soggiogato dall’abbraccio di alberi giganteschi e tentacolari.

E quando arrivi, percorrendo di notte un sentiero secondario e poco frequentato, ad Angkor Wat e alla sua meraviglia; quando, stanco da una lunga pedalata, apri gli occhi sul tempio di Preah Khan, sul Ta Phrom e sul Bang Malea stritolati dalle radici dei ficus che si insinuano tra le pietre e le sostengono, che disegnano nuovi decori sui decori finissimi, che sembrano vantare un possesso privilegiato su di loro; quando, soprattutto nei templi meno frequentati, puoi infilarti in ogni cunicolo, camminare sui cornicioni, passare sotto archi e soffitti forse pericolanti, e sentirti come i primi esploratori arrivati qui a metà dell’ottocento, allora pensi che non poteva esserci migliore risposta alle domande che ti hanno fatto gli amici prima della tua partenza, e che ti sei fatto anche tu. Perché in Cambogia. E perché tanta fatica.

Parti per la Cambogia anche per aver visto da qualche parte un video sui villaggi galleggianti, o per averne sentito raccontare, senza riuscire ad immaginare una vita con i piedi costantemente sull’acqua.

E quando la vedi, e sei nel mezzo del traffico del fiume, tra barche a remi o a motore, guidate da uomini, donne, bambini; quando vedi le case di tre sole pareti dondolare sulle onde, senza confini tra liquido e solido, tra legno e acqua, tra interno ed esterno; quando puoi addormentarti con l’aria fresca della notte addosso e il pavimento che si muove, pensi di avere un altro, decisivo motivo per essere lì.

E poi parti per la Cambogia per quei tre giorni nella foresta che il programma di viaggio ti promette.

E scopri che vale la pena camminare sudati e sporchi per ore, incontrare villaggi isolati nella giungla. Scopri che ami farti la doccia a mestolate in bagni spartani senza acqua corrente, e che, la sera, la poca luce dei generatori rende più intime le chiacchiere con i tuoi compagni di viaggio.

Ma l’anima della Cambogia sono i bambini.

Ce ne accorgiamo appena lasciata la capitale, nella campagna fatta di risaie e palme, in un piccolo villaggio di case sparse. E’ lì che incontriamo per la prima volta il loro sorriso disarmante e il saluto che non ci lascerà più fino alla fine del viaggio.

“Hello” sarà il grido di ogni bambino incontrato sulle strade di polvere rossa. “Hello” arriverà dalle case nascoste tra gli alberi della foresta al nostro passaggio sui sentieri. “Hello” sentiremo mentre correranno verso di noi a batterci il cinque sulle mani. “Hello” mentre sfileremo in bicicletta. “Hello” da ogni baracca di paglia e cellophane sulle rive quando navigheremo sul fiume.

La Cambogia è stata per me soprattutto il paese dei bambini. Di questi bambini sporchi e poverissimi che non hanno smesso un istante di venirmi incontro e abbracciarmi con il loro saluto e i loro occhi neri e tondi, e di farmi sentire la benvenuta tra loro. Come non avevo mai visto fare.

E se è vero che parti per la Cambogia per le immagini incredibili che questa terra sa regalare, è per loro che scopri di essere davvero, profondamente, felice di essere lì.

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